Una nuova pronuncia della Corte di Cassazione potrebbe cambiare radicalmente la gestione delle rette per migliaia di famiglie con parenti ricoverati nelle RSA.
Con l’ordinanza n. 16601/2026, depositata il 27 maggio, i giudici hanno stabilito che, in presenza di pazienti affetti da Alzheimer in fase avanzata, stato vegetativo permanente o gravi malattie neurologiche degenerative, i costi del ricovero devono essere sostenuti integralmente dal Servizio Sanitario Nazionale quando l’assistenza prestata è prevalentemente sanitaria.

La sentenza rappresenta un importante punto di riferimento per tutte quelle famiglie che, negli anni, hanno contribuito al pagamento delle rette richieste dalle strutture.
Quando la retta non può essere richiesta ai familiari
Secondo la Suprema Corte, non è corretto applicare automaticamente la suddivisione della retta tra Servizio Sanitario e famiglia quando le cure erogate hanno una componente terapeutica essenziale e non possono essere separate dall’assistenza quotidiana.
In questi casi, infatti, le prestazioni rientrano tra quelle ad elevata integrazione sanitaria previste dalla normativa nazionale e devono essere finanziate interamente dal fondo sanitario pubblico.
La decisione riguarda in particolare i pazienti che necessitano di cure continuative e altamente specialistiche, anche durante le fasi di lungoassistenza.
Il caso che ha portato alla storica decisione
La vicenda nasce dal ricovero di una donna della provincia di Verona, rimasta per quasi nove anni in una struttura sanitaria dopo una grave encefalopatia post-anossica che l’aveva lasciata in stato vegetativo permanente.
La paziente era tetraplegica, tracheostomizzata e alimentata tramite gastrostomia. Nel corso del ricovero la famiglia aveva sostenuto una parte consistente della retta, per un importo complessivo superiore a 169 mila euro.
Il Tribunale di Verona aveva già disposto la restituzione di oltre 129 mila euro, decisione successivamente confermata dalla Corte d’Appello di Venezia. Con l’ordinanza del 2026, la Corte di Cassazione ha definitivamente respinto il ricorso dell’ULSS 9 Scaligera, consolidando il principio.
Le famiglie possono chiedere il rimborso delle somme già versate
Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda proprio i pagamenti effettuati negli anni passati.
La Cassazione afferma che gli accordi con cui le famiglie si sono fatte carico di prestazioni che la legge attribuisce al Servizio Sanitario Nazionale sono contrari a norme imperative e, pertanto, privi di efficacia.
Di conseguenza, chi ha versato quote non dovute può richiederne la restituzione attraverso un’azione per indebito oggettivo prevista dall’articolo 2033 del Codice Civile. Il termine di prescrizione decorre dal momento di ciascun pagamento effettuato.
Una norma esistente da oltre vent’anni
Come evidenziato anche dall’ufficio legale dell’associazione Noctua APS, la disciplina che attribuisce al Servizio Sanitario Nazionale la copertura integrale di queste prestazioni non nasce oggi, ma è in vigore fin dal 2001.
Per oltre due decenni, tuttavia, molte Aziende Sanitarie e numerose RSA hanno continuato ad applicare una ripartizione della retta tra ente pubblico e famiglia, anche nei casi in cui l’assistenza aveva un carattere prevalentemente sanitario.
La recente decisione della Cassazione rafforza quindi un orientamento destinato ad avere effetti importanti sia per i ricoveri futuri sia per le richieste di rimborso relative agli anni passati.
Cosa cambia adesso
La pronuncia non significa che tutte le rette delle RSA saranno automaticamente gratuite. Il principio si applica ai casi in cui le prestazioni sanitarie siano strettamente integrate con quelle assistenziali e rappresentino l’elemento predominante del ricovero.
Per molte famiglie, però, la sentenza apre la possibilità di verificare la propria situazione e valutare se esistano i presupposti per ottenere la restituzione delle somme versate negli anni.


